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Imparate le lingue. E a correre rischi

Apertura al mondo, curiosità, lingue straniere. E la capacità, tutta italiana, di saper trasformare instabilità e disagi in grandi opportunità. Guida ragionata all'affermazione internazionale,con l'aiuto di tecnici e grandi esperti

Come faccio a mantenermi così bene? Mi prendo cura di me stessa, non abuso della mia energia e ho dei buoni geni italiani». Per Madonna, ventennale icona pop e affermata connazionale all'estero, il fattore decisivo per il successo al di fuori dell'Italietta è genetico, oltre che di buon senso. Ma gli altri un po' più credibili? Ecco un'analisi di quelli emersi dai case-history precedenti. Spiccano la conoscenza delle lingue, la disponibilità al dialogo, la flessibilità. Ma soprattutto l'accettazione del rischio, visto non più come incertezza ma come porta di opportunità. Anche perché, ripeteva sempre Mao Tse-tung, la situazione è eccellente quando c'è grande confusione sotto al cielo.

FATTORE RISCHIO
Viviamo in quella che il sociologo Ulrich Beck ha chiamato «modernità riflessiva». Un processo dove divengono oggetto di riflessione le basi della cultura su cui ci siamo costruiti, che sta affrontando la sfida di sette processi: globalizzazione, individualizzazione, disoccupazione, sottoccupazione, rivoluzione dei generi, crisi ecologica e turbolenza dei mercati finanziari. La nostra è dunque una «società del rischio», che se da un lato progressivamente erode molte certezze, dall'altro apre uno stile di vita inedito. Più che un pericolo inevitabile, la sola realtà. Una partita di poker, come direbbe il campione Luca Pagano, da affrontare preparati ad affermare i nostri progetti.

INCONTRO DI CIVILTÀ
Lo «scontro di civiltà», l'immagine del mondo contemporaneo dipinta dal politologo americano Samuel Huntington, è agli antipodi della visione di chiunque voglia prosperare nel mondo. Inoltre, non corrisponde alla realtà di paesi leader, come l'America del Nord ormai multiculturale e sempre più influenzata da tradizioni di origine non europea. Occorre quindi la consapevolezza che ogni concezione unidirezionale, occidentalistica ed evoluzionistica della modernità è superata. Per non cadere nell'errore di relegare le società diverse dalla nostra nel passato e quindi concepirle in termini di opposizione anziché di opportunità. Questo «pluralismo della modernità», che il sociologo francese Michel Maffesoli ha chiamato «universalismo contestuale», supera sia il relativismo postmoderno, che considera uguali tutti i punti di vista, sia l'affermazione di un unico universalismo. Una concezione che nasce, molto spesso, da una semplice vacanza-studio in una famiglia straniera.

LINGUE
A proposito di vacanza-studio. «La lingua di lavoro per eccellenza», dice Alberto Amaglio, direttore generale di Korn and Ferry International, «è e sarà sempre più l'inglese. L'ottima conoscenza dell'inglese dà un vantaggio competitivo, sia all'ingresso che nel corso della carriera, molto importante. Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, il livello di conoscenza dell'inglese dei giovani italiani che si affacciano al mondo del lavoro è drammaticamente inadeguato. Sia in assoluto che in paragone ai loro coetanei europei. Se pensiamo a un mercato del lavoro sempre più integrato, a livello continentale, questa carenza determina un pericolo vero di marginalizzazione. Sempre più necessaria un'ottima conoscenza di una terza lingua, tedesco, francese e spagnolo ma anche cinese, russo e arabo».

GESTIONE DELL'AGGRESSIVITÀ
Molte delle storie dei campioni nel mondo nascono da un'aggressività gestita, da un disagio trasformato in motore di crescita individuale. «L'elemento di aggressività nella gestione delle scelte o delle risorse può essere valido», continua Amaglio, «in momenti cruciali, per esempio di turn-around, ovvero scelte veloci dove la creazione del consenso potrebbe far perdere tempo, portando a dover considerare variabili multiple». Naturalmente, si parla di aggressività come decisionismo, anche se spesso, vedi Richard Branson della Virgin, «ci sono storie di manager che sembrano aggressivi ma non lo sono, la loro è autorevolezza». Occorre, quindi, convincersi che l'aggressività porta alla gestione monofocus, monocentrica, di colui che decide in funzione di poche variabili, mentre quella multifocus è più complessa e quindi faticosa ma alla fine paga di più.

VIVERE GLOCALMENTE
Dobbiamo a due tipi opposti, il discusso finanziere George Soros e il raffinato politologo Antony Giddens, l'analisi degli effetti principali della globalizzazione. Effetti che fanno piazza pulita dell'idea di Max Weber della «gabbia d'acciaio» del capitalismo. La nostra è una società dove l'idea di comunità e di vivere assieme non hanno più il significato di risiedere in luoghi geograficamente affini, ma sempre più scavalcare i confini statali e ormai continentali. Questo accade non soltanto ai manager e gli executive globali, ma anche al tassista indiano di Londra o, appunto, all'italiano che opera in India. Ne deriva che l'insediamento territoriale non è più la base per realizzare la vita sociale e professionale. Per riuscire efficaci, dunque, gli investimenti personali e professionali devono puntare su relazioni e legami non territoriali, ma che si sviluppano nel perimetro dell'attuale società globale.

PIÙ CHE FLESSIBILI, LIQUIDI
«Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida». Nessuna immagine migliore di quella del sociologo polacco Zygmunt Bauman per spiegare il nostro tempo, dove la rigidità del sistema è il prodotto della libertà di persone e idee. Però, se il potere conosce «l'arte del vivere nel labirinto» e pensa bene di non condividerla, la via dell'autoaffermazione passa necessariamente dall'imparare quell'arte, superando il disagio della trasformazione e creandosi nuove alternative. Rovesciando la profezia di Karl Marx e diventando padroni del proprio destino. «Anche perché», conclude Beck, «una situazione del genere non può provocare soltanto pessimismo». (Di Walter Mariotti)

 

 


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