In passato era probabilmente una situazione molto comune (e niente affatto giusta): nelle vecchie case patrizie, specie in campagna o nei paesi, era quasi normale che un uomo anziano si prendesse delle libertà con le giovani servotte di paese. Erano ovviamente casi ai limiti dell'abuso, in cui queste creature venivano trattate come fossero quasi minorate, e in nome della loro bassa condizione sociale, pena il licenziamento, dovevano accettare le attenzioni pesanti del «padrone».
A volte, invece, non era l'anziano di casa, ma il giovane, il «padroncino», un adolescente che cresceva protervo e prepotente, a prendersi delle libertà con le camerierine (che spesso restavano incinte, con conseguenze drammatiche).
Come spesso accade, da una situazione ingiusta e triste nascono però stereotipi erotici molto diffusi, che sarebbe ingiusto criminalizzare sinché restano nell'ambito delle fantasie o dell'erotismo di coppia, in una sceneggiata consensuale.
E allora Virginia, 29 anni, dolce compagna di vita di Eugenio, 41, qualche volta si fa sedurre da una sceneggiata inventata da lui, appunto sul tema della servetta di paese.
Il copione può variare, perché Eugenio è a volte il padrone e altre volte il padroncino. In ogni caso, lei deve indossare un'uniforme da camerierina, nera, abbottonata davanti, con grembiulino e crestina inamidata. Sotto, qualche volta mette un reggicalze bianco (non proprio in tema con la biancheria delle serve di paese, ma a Eugenio piace...), altre volte dei semplicissimi slip bianchi da bambina. Eugenio, che nella fiction si fa chiamare «don Mimì», ha dato anche a lei un nuovo nome: Rosa, in ricordo di una certa ragazza che andava a servizio in casa del nonno quando lui era piccolo.
Il più delle volte Eugenio sceglie di essere il padrone: anziano, vecchio, licenzioso, un po' bavoso. La messinscena lo diverte proprio per il contrasto: più lui è laido, più l'innocenza e il candore della camerierina risaltano, più a lui (ma anche a lei) sembra erotico il contrasto.
Rosa deve muoversi per casa, silenziosa, solerte.
Il suo compito è di preparare la colazione, il caffè, il tè: qualunque cosa don Mimì possa chiedere. Il vecchio padrone la guarda muoversi con occhi vogliosi, e pensa alle prossime mosse. Ben presto, quando lei passa a tiro, l'afferra e la stringe contro di sé, la obbliga a sedersi sulle sue ginocchia, le pizzica il seno. Rosa si rialza vergognosa, ma la fiction insegna che non deve osare contraddire il padrone, che infatti continua con i gesti più inopportuni e volgari: quando passa le alza la gonna, le dà una manata sul sedere, le tocca le gambe. L'accordo è che lei possa sempre rialzarsi e scappar via, per dare a lui il piacere di riacchiapparla quando ripassa di lì. Rosa/Virginia sa, però, che verrà il momento che il «vecchio» le comanderà di star ferma...
E infatti don Mimì prolunga un po' il gioco, ma poi ingiunge alla camerierina di non fare storie: la fa sedere su di sé, con le gonne alzate, e permette alle sue mani di frugare dappertutto, spiegazzando il grembiule, spostando la frontierina, sbottonando i bottoni della divisa.
Lascia correre ancora un po', avanti e indietro dalla cucina, una Rosa scarmigliata e seminuda, prima di ingiungerle di andare in camera da letto, dove, senza tante storie, l'abbranca e la fa sua (il più delle volte mettendosi in posizione tale da vedersi riflesso con la sua «preda» nel vecchio specchio dell'armadio).
Rosa, eccitata anche lei dal contrasto immaginario della propria innocenza con la lascivia del vecchio, lascia fare...
Quando Eugenio fa il «padroncino», invece, il gioco è a rincorrersi, come a rimpiattino. In questo caso lui recita come un ragazzotto arrogante e prepotente, che alla fine avrà ragione della ritrosia della servetta. Per lei, c'è il gusto di sgusciargli di mano tutte le volte che può (e quando giocano nella grande casa di campagna di lui, piena di stanze e di scale, questo rincorrersi diventa estremamente divertente), l'eccitazione della corsa, dell'idea di «tener testa» al padroncino, e di essere poi «sopraffatta».

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