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Speciale Sesso felice

 



 

Quante versioni esistono del gioco della schiava? Probabilmente infinite. Noi ne abbiamo riportato una molto light nel secondo volume. Qui c'è invece la storia di Tonio e Manuela, che amano un gioco dalle tinte più forti. Tonio è un bell'uomo sui 50 anni, con un passato da playboy, che ha trovato in Manuela, 39 anni, una complice perfetta, tanto da convincerlo ad abbandonare, forse per sempre, le sue scorribande fuori casa.

In una sera di confidenze estremamente intime, hanno scoperto che entrambi sono eccitati da una fantasia molto simile: che lui possa recitare da padrone e lei da schiava, da schiava d'amore. A differenza della storia raccontata nel secondo volume, però, la dinamica tra il padrone e la schiava qui è molto più tesa e intensa emozionalmente, perché gioca sulla finzione della cattiveria, del distacco, del comando, assai più che nell'altro caso riportato. È ovviamente una finzione, perché mai e poi mai, al di fuori del gioco, Tonio si permetterebbe un minimo sgarbo verso Manuela, o un accenno a un tono anche leggermente arrogante. Ma mentre si godono le loro serate, i partner sanno che non sono loro ad agire, ma due personaggi di fantasia. E a essi molto di più è permesso... Tonio, inoltre, ha ben capito che questo gioco è per Manuela, che ha un carattere di ferro, un passato da femminista e un presente da manager, una compensazione. Sa che i finti maltrattamenti e la finta inferiorità che le impone sono per lei un modo di esplorare una sua parte più dimessa, non sempre vincente, non sempre arrogante, più passiva.

E sa anche che Manuela (a differenza di molte delle sue ex fidanzate) non è donna da farsi plagiare, e che mai giocherebbe a una fiction così particolare se non la desiderasse davvero. E dunque, ecco che, nelle sere concordate, si gioca. Tonio e Manuela amano raccontarsi a vicenda antefatti sempre diversi. A volte lui è il padrone perché l'ha rapita. Allora lei è segregata in casa, costretta a diventare sua schiava per paura che, altrimenti, lui le faccia del male. Altre volte lo scenario è più esotico: lui è un predone del deserto, ha fatto prigioniera un'intera comitiva di viaggiatori e ha deciso di tenere per sé la donna più bella del gruppo.

Altre volte ancora, è stata lei stessa a offrirsi come schiava, pur di restare accanto a un uomo che voleva lasciarla... È chiaro che ogni antefatto condiziona il clima psicologico della storia, ed è qualche volta il pretesto, per lei, per provare costumi orientali, o invece per indossare abiti discinti «perché a questo la costringe il suo padrone». Il seguito, però, ha un copione abbastanza standard (inventato nelle grandi linee proprio dalla «schiava» Manuela, sulla falsariga delle sue fantasie, e di certe immagini di sottomissione viste in libri di foto erotiche che l'hanno molto colpita).

L'uomo, nelle serate concordate, rientra a casa con un cipiglio ben più accigliato del normale: non è un marito che deve rientrare e sorridere, ma un carceriere che non ha altri umori da seguire che non i suoi. La donna lo aspetta umilmente «al suo posto», in un'umile stanzetta in penombra (la camera degli ospiti, resa più spoglia, tipo celletta monacale, per l'occasione). L'uomo la chiama a gran voce, le chiede di servirlo, di portargli per esempio da bere, mentre lui sprofonda in poltrona. È brusco, sgarbato, prepotente. Lei esegue, e poi si sistema ai suoi piedi, obbediente (e Manuela quasi si preoccupa, da quanto trova eccitante questo atteggiamento di sottomissione). La scena si ripete, l'uomo vuol essere servito, chiede anche da mangiare. A volte le ingiunge di spogliarsi del tutto, e di servirlo con solo un grembiule sul corpo nudo. Lei porta tutto e sempre si sistema ai suoi piedi. Ma l'uomo non ha finito di dar prova di cattivo carattere. La guarda con sospetto: la sua dedizione non lo convince, è certo che la donna ha fatto qualcosa che le era proibito, in sua assenza.

Probabilmente, per esempio, si è toccata: e invece le regole le vietano di carezzare il proprio corpo, che è proprietà di lui. Inizia a interrogarla con arroganza, lei si contraddice, si confonde. E allora lui ne deduce che la donna è colpevole. Merita una punizione: magari una seduta di spanking (un termine anglosassone per definire la nostrana sculacciata: vedi «Il gioco della bambina disobbediente», volume II. Lo spanking si può fare con le mani o con qualche strumento, come righelli o appositi scudisci che si comprano nei sexy shop, che fanno molto chiasso ma causano poco dolore. Tonio, per questa «punizione», usa, ma con cautela, delle racchette da ping-pong). Ma il castigo può anche essere l'ingiunzione d'indossare indumenti intimi particolari, acquistati in un sex shop, che la lascino piuttosto esposta ai suoi sguardi. Oppure, sempre per punizione, le saranno legate le mani dietro la schiena: così sistemata, la donna dovrà poi «farsi perdonare», dandogli un'adeguata stimolazione orale. Il copione si svolge sempre su tempi piuttosto lunghi, e alterna momenti di comando ad altri di richieste di stimolazioni sessuali.

C'è sempre però un dato comune: l'uomo e la donna si trovano quasi costantemente a due livelli di altezza diversi: se lui è seduto lei è ai suoi piedi, se lui è in piedi lei è inginocchiata davanti a lui (è sempre un'idea di Manuela, per rimarcare psicologicamente la sua sudditanza). Solo alla fine, l'uomo la solleva e la porta sul letto, per prendere da lei il suo piacere finale. E qui accade una cosa particolare, che non finisce di stupirli: l'uomo non usa certo smancerie, la penetra anche con una certa energia, mentre lei finge di subire. Ma durante il rapporto, è come se questa violenza simbolica sciogliesse certe barriere tra loro: al momento dell'orgasmo, sperimentano una fusione totale, un darsi completo. Si ritrovano abbracciati, innamoratissimi, come dopo ore dei preliminari più dolci.




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