La sceneggiata del cliente e della prostituta ha tantissime varianti, a seconda del gusto e delle preferenze dei protagonisti. In alcuni casi, è la prostituta ad avere potere sul cliente: lui vuole il suo corpo, e lei lo concede a poco a poco, alzando il prezzo per ogni pezzo che scopre, che gli lascia toccare.
In altri casi il cliente si permette volgarità (concedendole indirettamente così, se vuole, anche alla donna), il denaro è esibito, fa parte del gioco (e tante volte si usano delle banconote finte). Quando è presente nella sceneggiata, il denaro può essere un simbolo di potere («posso comprarti, dunque mi appartieni») o di svilimento («posso comprarti, dunque sei in vendita»). A volte viene infilato negli slip, oppure sparso per la stanza (e la donna deve raccoglierlo, magari a quattro zampe, come nella famosissima scena del film 9 settimane e mezzo).
In questa sceneggiata il denaro è vissuto solo come simbolo (infatti è ridotto a un assegno o a uno scambio verbale tra cliente e prostituta, che concordano tariffa ed extra). Si tratta infatti di una versione molto «pulita» di questo gioco, in cui non c'è bisogno di ostentazione e volgarità. È insomma il meccanismo puro e semplice: lui paga e lei deve obbedire. Lei accetta di vendere il corpo (nessuno indaga, all'interno della sceneggiata, sulle sue motivazioni), dunque accetta l'obbedienza. Isabella non sente il dovere di recitare la sceneggiatura dello stato di necessità, per giustificarsi. Quello che la eccita è l'aver ammesso l'obbligo.
Lei deve stare ai suoi ordini, e questo evidentemente è liberatorio: niente romanticismo, niente pudori, niente resistenze, niente capricci. Obbedienza sessuale pura e semplice. Lo stesso distacco che probabilmente prova anche lui: paga e chiede, dunque rivendica un ruolo di conduzione, senza però legarsi alla necessità del piacere di lei (almeno apparentemente).
In questa sceneggiata l'uomo ha piena responsabilità dei propri desideri (anzi: dev'essere molto a contatto con essi, perché non è semplicissimo chiedere e ordinare, con sicurezza e traendone soddisfazione, per una persona che normalmente è abituata a condividere la responsabilità, e a chiedere a ogni passo: «Cosa preferisci ora, cara? Quale posizione ti piace di più, cara?»).
Ci si può concedere un erotismo diretto, carnale, gentile ma senza smancerie, che «mira al sodo». L'uomo supera l'eterno senso di frustrazione del dover «guadagnare» le grazie della donna con le coccole e con l'affetto: paga, dunque prende, e non deve neanche dire grazie.
La donna da un lato supera i sensi di colpa (lui paga, dunque lei deve obbedire, poche storie), dall'altro ci sguazza dentro (si sta facendo pagare, dunque è una puttana, sta facendo la cosa peggiore che potrebbe) e ne ricava piacere erotico.
Importante concordare una parola d'ordine, per potersi interrompere in caso di disagio. Lui, inoltre, dev'essere sì a contatto con i propri desideri, ma nello stesso tempo avere il polso della situazione e forzare la compagna solo quel tanto da risultare eccitante.
Si tratta dunque di una sceneggiata simbolicamente molto potente, che può essere «complicata» da tante richieste diverse. Giocare con la distanza e il distacco creati dal denaro però è sicuro (e può essere un'esperienza di esplorazione di tante emozioni) solo se la coppia poi è capace di elaborare insieme le sensazioni, e sa trovare, al di fuori del gioco, molti momenti di coccole, condivisione e affettuosità (anzi, la fiction può servire come compensazione alle coppie troppo mielose).
Se viceversa i due partner hanno già qualche problema di distacco e mancanza di comunicazione, farebbero meglio a evitare un gioco come questo, perché potrebbe amplificare le difficoltà esistenti.

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