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Speciale Sesso felice

 








 

Molto spesso, nelle sceneggiate erotiche si esplorano e si amplificano dei concetti che, nella vita di tutti i giorni, si tende un po' a dimenticare. Abbiamo visto nel primo volume il gioco del buon selvaggio, che, mediante un'innocente e semplice fiction, permetteva però di rivisitare idee importanti: quella di una prima innocenza dell'eros, quella della donna come maestra d'arte di piacere, quello della natura, prima protagonista di tutti gli incontri d'amore, e così via.

In questo gioco accade un po' la stessa cosa: si recupera un senso sacrale del sesso, l'idea che i due amanti sono entrambi simboli di questi principi universali, sacri e opposti, che con la loro danza sensuale danno inizio al gioco della vita.

L'idea di un'era felice del matriarcato, vera o leggendaria che sia, fornisce il contesto adatto: lei è la Dea, ma il sacerdote, nella sua reverenza, non è sminuito. Lui attraverso il corpo di lei onora e venera il principio femminile, la vita, la terra, la Dea madre: concetti che potrebbero sembrare ingenui a qualcuno, ma che sono un toccasana per la donna, dopo che ha visto tanto spesso la sua immagine svilita, mercificata, ridotta a oggetto di consumo, a icona pubblicitaria. Una donna, che pensa sempre di non essere abbastanza bella, abbastanza magra, abbastanza attraente, che magari porta la negazione di sé sino a pensare di rifarsi il seno per assomigliare alle vallette televisive, può come Fiore reagire con imbarazzo iniziale alla sceneggiata, ma in seguito non potrà che lasciarsene sedurre.

Ma questo gioco ha anche significati più prettamente erotici: è adattissimo a donne che hanno difficoltà a rilassarsi, a lasciarsi andare, e soprattutto a esprimere i propri desideri. Una donna molto passiva può sentire qui di avere il potere di chiedere, pur senza essere obbligata a farlo: una situazione ideale per sciogliersi, al calore dell'approvazione incondizionata di lui. Un solo lieve imbarazzo, quello di dover dire a parole i propri desideri, o almeno del dover rispondere affermativamente alle domande di lui: un primo, delicato passo nell'assunzione della responsabilità dei propri bisogni e del proprio piacere.

L'uomo, dal canto suo, lungi dallo sentirsi sminuito (dopotutto non serve una Domina, ma una Dea), ritrova anche lui il senso sacro di un sesso ricco di significato, non frettoloso, non consumistico: una pura offerta di generosità. Questo gli fa scoprire nuovi orizzonti (se è uno che normalmente è tanto concentrato sulla propria gratificazione da non aver mai provato come è bello far felice una donna).

Rispetto ai giochi in cui la donna «ha il potere», d'altra parte, questa sceneggiata lo valorizza di più: se la Dea non chiede, lui può proporre, può avere una parte attiva, può avere l'orgoglio di farle scoprire sensazioni che lei stessa non immagina. Lui inoltre potrà godersi tempi lunghi e una messinscena rilassante: tutto fatto in teoria per lei, ma in realtà molto piacevole anche per lui.




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